ISTORIE DI UN BASILISCO

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Racconti con il PESTE

1 < PESTE > L’INCONTRO
                           
2 < PESTE > , Medoro e…..   
                                          3  
< PESTE > e l’Ostaria Tassoni  

4    < PESTE > e il lupo solitario    




© Elaborati ideati e realizzati da Giampiero Brenci

   


1 < PESTE > L’INCONTRO
Un vento furioso m’aiuta a scavalcare Passo di Croce Arcana e mi sospinge verso nord lungo la via Francigena.  
Ora mie dilette Lettrici ed arguti Lettori credete che un povero pellegrino abbia bisogno d’incoraggiamenti per affrettare il passo? Specie quando le nubi assomiglino ad un cesto turbolento di vipere e il vento, a tratti, si veste di pioggia. Specie   dopo una lunga giornata di cammino a piedi. Specie  in sul far del buio. E specie se che cominciasse a far quel freddo, qui sulla dorsale dell’Appennino, che ‘fa abbaiare’ secondo il dotto ‘detto’ di un saggio Dotto.
La luminosità si riduce ad un’opalescenza smorta, solcata dai gemiti dei rami che lottano per non essere strappati via.
Il respiro del bosco è profondo, articolato: il frusciare delle cime, il ticchettare delle foglie che, cadendo, disegnano parabole capricciose macchiate  di rosso, giallo  maturo e verde marcito.
Lo scricchiolio dei miei passi emerge quando il vento prende un attimo di tregua. Qua e là,  il vagabondare di grumi di nebbia che, lacerati dai rami, si ricompongono in figure spettrali. Il gorgogliare singhiozzante di una sorgente che s’assimila   al pianto di una donna.
Il sibilo acuto estratto dal vento da una cavità di un tronco. Lo squittio disperato di un topo che non deve essersi avveduto del movimento furtivo di un gatto selvatico.
Non v’è disdegno, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, se il misero pellegrino, viaggiando in solitudine, si serri il mantello addosso e si guardi d’attorno con un briciolo d’apprensione.
Qui, nei pressi, dovrebbe trovarsi un’Ostaria: Capanna Tassoni, che è, ora,  la mia metà agognata.
Ora, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, siete padroni di non credermi, ma ….'Parlando' con Voi.... ho smarrito il sentiero, celato dalle foglie….
Ohibò e Belzebù con le rogna!
La radura è circondata da dieci pietre di calcare grigio che qualcuno ha posizionato tra i tronchi delle querce nodose e possenti. Al centro un focolare annerito dall’uso.
Se è vero ed accertato, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, che io sia ‘tardo’ di cervello è altrettanto vero che io sia veloce di gambe….
In un battito di ciglia, sono dietro il tronco di una quercia.      
Dall’altro lato della radura giunge un parlottare che il respiro del bosco rende inestricabile. Che si tratti di ladroni? Gentaccia, senza timor di Domineddio, che prima vi caccia un palmo di lama nelle viscere e poi vi domanda dove siete diretti.
Nella penombra v’è  un fanciullo magro, sugli undici anni, con una faccia da birba matricolata ed una zazzera di capelli biondi che non riuscireste a domare nemmeno con un rastrello.  Calza stivaletti infangati, calze pesanti, un corsetto di   lana spessa e cuoio sopra un camiciotto di tela fitta. Alla cintura un piccolo coltello a lama triangolare di quelli che si usano per affettare il formaggio stagionato.
La postura del suo corpo indica che sia tranquillo, a suo agio nel fitto del bosco.
Sta parlando con qualcuno, più basso di lui, che si trova nell’ombra del sottobosco e che mi è invisibile.
Voi, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, ben saprete che in certi boschi si possano fare incontri strani, con esseri inquietanti dalle proprietà indefinite ed indefinibili. Nevvero?
E questo, dicono i vecchi saggi avvenga dalla notte dei tempi.
Io non so se credervi, ma un bambinetto che, a buio, se ne stia in una radura nel fitto di un bosco, durante una tempesta di vento, …. Parlotta con fare misterioso, poi lo vedo portarsi qualcosa alla bocca e masticare a guance gonfie. Mi pare soddisfatto   mentre si lecca le dita, S’è impiastricciato la faccia con qualcosa di scuro e denso come marmellata….
Mi sovviene che, in un’Ostaria, ebbi ad udire di fanciulli spersi nel fitto del bosco che, per incantamento, fossero divenuti schiavi delle Streghe Maligne che li avevano indottrinati alla Magia Nera.
In breve potrebbero ‘parlare’ con gli animali selvatici e comandarli a loro piacimento per difendere le radure dove le Streghe sogliono fare i loro festini. Feste a cui partecipano esseri pelosi dotati di corna e coda, piedi caprini, occhi   di brace, che  maneggiano forconi roventi ed abbiano natiche coperte di peli e pustole ripiene di pus!
Un ringhio basso e profondo, alle mie spalle, mi rende edotto, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, che non sono più solo dietro la quercia.    
Un enorme meticcio di pelo nero con una grossa testa ed una fila di denti possenti mi fronteggia. Non si muove, ma i suoi muscoli paiono vipere irate  pronte a scattare.
Lo schiocco delle mascelle è un proclama!
                < Medoro ! – esclama qualcuno.
Il resto dell’istoria sul Peste, mie dilette Lettrici ed arguti Lettori, alla prossima……. Forse…

2 < PESTE > , Medoro e…..     
L’enorme meticcio di pelo nero ha la grossa testa dotata di mascelle possenti,  ed una fila di denti che non sono da meno, mi fronteggia. Non si muove, ma i suoi muscoli paiono vipere irate  pronte a scattare. Lo schiocco delle mascelle è un proclama, anzi un consiglio a non muoversi!
                < Medoro ! – esclama qualcuno, poi sento un frusciare leggero e vedo comparire il fanciullo magro con la sua faccia da birba matricolata e la zazzera di capelli biondi  che non riuscireste a domare nemmeno con un rastrello.  
Mi fissa con il suo sguardo, veloce come uno scoiattolo all’apparire di una volpe. Nonostante che io lo sovrasti dalla cintola in su e pesi il triplo di lui non ha timore.  Mi scruta una seconda volta ed appoggia la mano sulla testa del meticcio.
Gli occhi del Medoro, che erano due biglie di piombo fuso, diventano pensosi e il cane uggiola mentre la coda prende a danzare gioiosa e le mascelle si rilassano.
             < Ti sei perso, Pellegrino? O sei stolto? – e con la zazzera pare ammiccare al cielo invisibile e carico di nubi.
La postura del suo corpo m’indica che sia tranquillo, a suo agio nel fitto del bosco.
Ammetto che mi sia perso poiché il sentiero, poco più a monte, sia scomparso sotto una coltre di foglie che il vento vi ha accumulato.
Poiché non risponde e non fa cenno di volerlo fare gli chiedo che cosa ci faccia un giovine fanciullo, come lui, nel fitto di un bosco nell’appropinquarsi di una bufera.
Alza le spalle come a sottolineare che non siano proprio fatti suoi e che, lui, non si è certo perso!
Cambiando tono  ed esponendo la mia miglior espressione da ‘tardo’ di cervello, chiedo:
              < Potresti, giovine cortese, indicarmi ove si trovi Capanna Tassoni?-
              < Certo che potrei, ma ti ci perderesti altre due o tre volte!-
Mie dilette Lettrici ed arguti Lettori non so, nemmeno io, cosa mi trattenga dall’inviarlo a sedersi, dopo aver preso in braccio il grosso meticcio, sul fitto roveto che  si trova qui vicino. Ma lui, come avesse intuito i miei pensieri, annuisce e dice:
          < Seguimi, Pellegrino, che ci passerò vicino….- e, senza attendere risposta, il delizioso fanciullo si avvia tagliando per il bosco con una sicurezza che mi lascia  ben sperare. Medoro si struscia contro le mie gambe. Allungo una mano, lui mi guarda e scuote il testone, ma lascia, alfine, che gli appoggi la mano sulla nuca.
            < Medoro non concede confidenze, Pellegrino – osserva il fanciullo estraendo, da sotto il corsetto di lana, un piccolo flauto : - Fa eccezione per i vecchi, le Monne piacenti, i pargoli e i ‘tardi’ di cervello – e con un sogghigno  divertito prende a trarre alcune note sottili dallo  strumento. Poi, con la leggiadria dell’età, mi si mette a danzare d’attorno mentre avanziamo nel bosco.  La melodia è allegra e ricorda, ora,  lo scrosciare di una cascata in primavera  ed ora il frullo di ali di uccelli che si rincorrano gioiosi e petulanti tra gli alberi.
Mi sovviene che molti giovani pastori, per iscacciar la noia delle lunghe giornate di solitudine, tra cani e pecore, si dilettino suonando melodie ‘copiate’ dal  respiro della natura.
Medoro ha uno sbadiglio esagerato, poi scuote la grande testa ed emette un uggiolio di gola che non comprendo se sia di ‘noia’ o di sopportazione per il giovane padrone che giunge a scavalcarlo con un salto acrobatico in una pausa della  ‘sonata’ per flauto.
Tra gli alberi intravedo, come nelle fiabe, il luccichio di alcune lampade ad olio: Capanna Tassoni. Pare un fungo incastonato tra le querce con il suo tetto d’ardesia, che l’umidità rende scintillante, e le sue finestrelle spandono una  luce calda, rassicurante ..
Ma non è la visione, quasi irreale, della  mia meta che attira la mia attenzione.
               E’ un’ombra che danza leggiadra dietro l’articolato sipario dei tronchi al suono del flauto. Spicca balzi enormi come quelli di un daino. Sfiora il terreno senza rumore facendo vorticare le foglie in mulinelli colorati. Pare che sia  il terreno stesso a proiettarla in alto.
Volteggia sopra un grosso cespuglio lasciando dietro di se un arcobaleno di pulviscolo iridescente che si stampa sullo sfondo d’ombre.
Medoro la ignora bellamente mentre il fanciullo accelera il ritmo della sua suonata.
Una cuculo emette il suo suono ritmato e l’incanto si rompe: l’ombra scompare, il fanciullo smette di soffiare nel flauto e Medoro ‘va in punta ’. E’ immobile verso un punto del bosco e solo le sue orecchie ‘sentono’  qualcosa. Fruscii pesanti, inquietanti.
Il bosco sembra trattenere il respiro per l’arrivo di un fatto ineluttabile. Senza accorgermene serro il bastone da pellegrino consapevole della sua inutilità.
          < Pellegrino, ce la fai a raggiungere l’Ostaria o rischi di perderti? – sogghigna l’adorabile fanciullo.
E prima che io possa rispondere i due si muovono e, in un battito di ciglia, scompaiono tra i cespugli.   
L’ululato penetrante di un lupo echeggia a meno di cento passi  provenendo da sinistra, ed è seguito dal miagolio isterico di una torma di gatti selvatici.
Non posso far altro che affrettarmi verso Capanna Tassoni mentre una grandinata scroscia sulla zona.
Un brivido mi arpeggia lungo la schiena: alla prossima…
    Forse!                            

< PESTE > e l’Ostaria Tassoni         III
Capanna Tassoni pare un fungo incastonato tra le querce con il suo tetto d’ardesia, che l’umidità rende scintillante, mentre le sue finestrelle spandono una luce calda, rassicurante  
Ora mie dilette Lettrici ed arguti Lettori ammetterete che un povero pellegrino dopo una lunga giornata di cammino, a piedi, in sul far del buio essendosi perso nel fitto del bosco, avendovi incontrato un dispettoso fanciullo, un grosso meticcio, avendo visto danzare un Elfo ed avendo sentito ululare un lupo non sogni che ripararvisi, nell’Ostaria.
Un’accogliente Ostaria ove mangiare una scodella di zuppa calda, ascoltare qualche chiacchiera oziosa di perigliosi viaggi sulla via Francigena  e poi andarsene a dormire. Specie quando il povero pellegrino si trovi a viaggiar mesto e solatio: esposto alle ingiurie del tempo che va guastandosi ed alle ingiurie dei ladroni di strada.  
Ma questo è il triste destino dei penitenti pellegrini.  
L’oste, un uomo dai capelli bianchi cortissimi e gli occhi che ricordano due schegge di carbone, mi fa accomodare sulla panca più vicina al camino facendo sloggiare un ubriaco, semi addormentato, dal naso rosso come una ciliegia.
Quando gli mostro la scarna borsa dei denari passa uno straccio sul tavolo e bofonchia qualcosa che termina con un:
                             <…. T’ho forse chiesto qualcosa? – e, a voce alta: - Rita, una bella scodella di zuppa, qui!-
La giovine cameriera ha trecce biondissime lunghe fino ai fianchi, gli occhi azzurri che paiono finti ed una spruzzata d’efelidi attorno al nasino che le danno l’aria della monella.
La scodella di legno è ben ricolma di una zuppa densa prelevata dal grosso paiolo di rame che una grossa catena tiene a dondolare sopra le fiamme del camino. La zuppa borbotta piacevolmente e l’odore scatena il mio appetito, che è da avanti ieri che non mangio.
La giovane porta anche due grosse fette di pane bianco, una vera leccornia,  ed un cestello di vimini con schegge di formaggio.
Prima d’affondare il cucchiaio nella zuppa, con una certa ritrosia, m’informo se loro abbiano mai visto un fanciullo di zazzera bionda ribelle che se ne va in giro, nel fitto del bosco, accompagnandosi con un meticcio di pelo nero grosso, quasi, quanto un vitello.
Perché, mie dilette lettrici ed arguti lettori, è conclamato che io sia un povero pellegrino ‘tardo’ di cervello, ma non amo certo essere ‘corbellato’ ed additato, tra risate di scherno,  per aver dato peso ad un’immagine creata dalla mia fantasia complice la magia di un bosco fitto a buio fatto.….
Ed infatti, v’è un attimo di attonito silenzio nell’Ostaria che mi preoccupa… Due boscaioli dai muscoli possenti deglutiscono la boccata di vino e, senza darlo troppo a vedere, tendono le orecchie. Un birocciaio spinge lo zuccotto sulla fronte e s’attarda a masticare un grumo di pane che gronda sugo di cacciagione. Il Curato, che ha finito di mangiare, congiunge le mani e pare immergersi nelle preghiere della sera, ma non vi credo punto!
Al tavolo dei chiassosi giocatori di carte ve n’è uno che rimane immobile, cristallizzato.  La mano sollevata sul tavolo pronta a scagliarvi la carta che gli farà vincere la partita.
Il silenzio è sceso nell’Ostaria sottolineato dallo scricchiolio discreto delle fiamme che mordono due grossi ceppi di legna. Un grosso gatto soriano, disteso apaticamente, sopra la bocca del camino, al caldo, solleva la grossa testa, incuriosito. Forse che conosca e battagli con il meticcio?
                 < Cielo onnipotente, Pellegrino, hai già conosciuto la peggior sciagura che si possa abbattere su queste misere terre di montagna! – esclama l’Oste appoggiandomi d’innanzi un boccale di vino non ordinato, tra l’altro.
Il silenzio è rotto da una fragorosa, corale comunicativa risata dei presenti!
Non v’è dubbio alcuno che il fanciullo ed il suo cane siano ben conosciuti in quell’Ostaria!
                  < Pellegrino, t’ha fatto immobilizzare dal Medoro? T’ha ‘corbellato’ se ti sei spaventato? L’ha fatto con quella sua aria saccente? Ha suonato quel suo flauto sottile? E’ scomparso nel bosco nemmeno fosse una voluta di nebbia in una mattina primaverile?
Trema, Pellegrino, trema… E’ peggio di un Belzebù vomitato dall’inferno o di una Strega maligna dei boschi: e’ mio nipote!
Noi tutti lo nomiamo Peste. E mai soprannome fu più azzeccato e meritato: Peste!!
E lui lo porta con orgoglio nemmeno fosse uno stendardo: Peste!!! -     
Tutti i presenti annuiscono e mi guardano come a chiedere che racconti loro come, dove e quando incontrai il grazioso e tanto stimato fanciullo…….
Un brivido mi arpeggia lungo la schiena.
Ma tutti a me devono capitare i ‘personaggi strani ’….
Belzebù birichino!
Comunque sia, alla prossima… Forse!                            



< PESTE > e il lupo solitario         IV
Ho appena finito il mio racconto dell’incontro con il Peste ed il Medoro, che è stato fonte d’ammiccamenti e sorrisi tra i presenti, quando il suono del flauto, saltellante e gioioso, giunge, penetra nell’Ostaria e pare scivolare verso le fiamme del camino.
Lanciando uno sguardo verso una delle finestre scopro che si sia fatto buio quasi assoluto, ma mi è ormai chiaro che il fanciullo si trovi a suo agio nel fitto del bosco nemmeno fosse un Elfo o uno Gnomo. O è la presenza del Medoro a renderlo così sicuro o la sua stessa gioventù a renderlo incosciente.
Chiedo alla Rita, avendo sentito l’ululato di un lupo, se non ci sia motivo per temere per la sorte del fanciullo o del pur possente meticcio.
             E’ uno dei due boscaioli a darmi risposta. Stavano tagliando, alcuni mesi prima, un grosso tronco di un pino che una bufera di vento aveva sradicato e fatto precipitare sulla strada. Avevano sentito ululare l’animale, in lontananza, fin dalla sera precedente ed avevano pensato che stesse inseguendo una pecora dispersa o un cervo ferito od ammalato.
I muscoli dei due uomini e la loro abitudine a maneggiare una scure mi fanno pensare che non temano un lupo solitario.
Quello meno loquace annuisce e beve un altro po’ di vino. Il collega prosegue nel suo racconto: si trattava di una pecora impaurita e sfinita dal lungo inseguimento che stava per arrendersi alla voracità del predatore.
E un quel momento erano apparsi il fanciullo e il meticcio.
          La pecora s’era trovata al centro della strada e pareva guardare, senza speranza, il lupo ed il grosso Medoro. Era palese che vedesse in quei due animali una doppia minaccia mortale.
Il lupo aveva ululato per affermare la propria supremazia sul territorio e sulla preda.
Peste dopo aver accarezzato la testa al meticcio, si era fatto indietro di alcuni passi.
         Medoro tenendo la testa bassa, uggiolando penosamente e lasciando penzolare la coda tra le gambe si era avvicinato al lupo. Poi, in segno di sudditanza, gli si era sdraiato d’innanzi mostrando la gola indifesa al predatore.
          Ma quando il lupo  aveva fatto per morderlo ritualmente, per sancire la propria superiorità, le mascelle del Medoro s’erano dischiuse e, in un battito di ciglia, il meticcio era divenuto padrone della situazione: il lupo s’era ritrovato al suolo, inerme, con la gola imprigionata tra le mascelle del meticcio.
         Peste con un sorrisetto soddisfatto d’approvazione, mi dice il boscaiolo, aveva trascinato la pecora verso l’Ostaria.
Medoro aveva ringhiato prima di lasciare il lupo libero di sollevarsi. I due animali s’erano annusati e loro avevano potuto vedere che si trattasse di una giovane lupa.   
Poi meticcio e lupa erano scomparsi nel bosco.
      Il birocciaio, che a forza di passare grumi di pane nella scodella l’ha resa lucida, s’interrompe ed aggiunge, per mia conoscenza, d’aver visto la Lupa ed il Meticcio assalire un grosso cinghiale, grande quanto un vitello, ed avere la meglio. E di averli visti banchettare fraternamente sulla grossa carcassa.
    Ora, mie dilette lettrici ed arguti lettori ammetterete che un povero pellegrino dopo una lunga giornata di cammino, essendosi perso nel fitto del bosco, avendovi incontrato un dispettoso fanciullo, un grosso meticcio, avendo visto danzare un Elfo, avendo sentito ululare un lupo, cioè una lupa, ed avendo sentito un tal racconto……
Converrete, seco me, che potrebbe trattarsi di una corbellatura!
     Ma nell’Ostaria son tutti seri.
Anche la Rita, che non corbellerebbe certo  un povero pellegrino, simpatico, ma brutto.
La porta si dischiude e, mentre il flauto s’attarda a lasciare una nota acuta a vibrare nel buio, un fulmine peloso irrompe nell’Ostaria.
S’immobilizza sulle forti zampe e si scuote come sogliono fare i cani. Alcuni dei presenti vengono innaffiati dalle gocce di umidità che la fitta pelliccia ha raccolto dai cespugli.
         Qualcuno impreca allegramente mentre il Peste entra, si toglie lo zuccotto, mostra la zazzera ribelle ed esegue un inchino beffardo alla spagnuola.
Poi chiede se v’è rimasta una mezza scodella di zuppa, che ci ha un po’ di appetito.
E prima che il Nonno dica qualche cosa se ne va in cucina a lavarsi la faccia e le mani.
    Per non far vedere che sto ridendo volgo la testa e guardo fuori dalla finestra, mentre la Rita mi spinge d’innanzi un tagliere con una fetta di crostata alle mele.
     Una figura diafana, vagamente luminescente pare danzare tra due querce seguendo il ritmo del flauto che ormai s’è dissolto. Volteggia sopra un grosso cespuglio lasciando dietro di se un arcobaleno di pulviscolo iridescente che dà luce alle ombre.
L’indico alla Rita, ma lei fa "spallucce" come se non avesse visto nulla.               
    Un brivido mi arpeggia lungo la schiena: alla prossima…
 Forse!                            

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